Prefazione del Professor Oliviero Diliberto

Una suggestione, per iniziare.
Klara, androide donna (“ginoide”, quindi, a voler essere pignoli), viene adottata da una bimba, Josie, affetta da una rara sindrome derivante da mutazione genetica. È l’ultimo libro, appena pubblicato, del premio Nobel (2017) Kazuo Ishiguro: Klara e il Sole.
Il centro del libro è il cuore umano, inteso evidentemente non come muscolo cardiaco, ma come sentimenti, emozioni, passioni. Riesce, un robot, a provare sentimenti? La finzione
narrativa può chiederselo e rispondere affermativamente.
È da decenni che gli uomini si interrogano sul punto. Con qualche approssimazione, l’inizio di questa riflessione coincide con le ormai storiche “tre leggi della robotica” (1950) inventate
da quel genio della fantascienza (e non solo) di Isaac Asimov. Da allora, sono innumerevoli le trame narrative nelle quali umani e androidi interagiscono, dialogano, si aiutano reciprocamente, litigano, si amano o si odiano, ogni tanto, non di rado, i secondi
si ribellano ai primi.
La filmografia, poi, si è impossessata a mani basse del tema (uomini e robot), con un crescendo esponenziale che – è ovvio – risente dall’arrivo concreto dei robot nella nostra vita quotidiana, non più come possibile scenario futuro, bensì come realtà fattuale: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nelle abitazioni, in automobile, in ogni mezzo di locomozione:
insomma, ovunque.

Torneremo, sui film.

L’intelligenza artificiale ha fatto irruzione nella sfera dell’umano e gli interrogativi (scientifici, filosofici, giuridici, morali, persino religiosi) si accumulano, in misura crescente, nel dibattito politico e culturale odierno. Non potrebbe essere diversamente.
Niente è più altro da noi che una macchina “pensante”, non umana, drasticamente e inesorabilmente aliena. Intelligenza in un corpo meccanico, apparentemente inerte. Oggetto, non persona. Ma a suo modo anche persona.
Si tratta di un fenomeno che interroga nel profondo – e sconvolge – tutte le nostre categorie del pensiero, frutto di millenni di raziocinio umano.
Con il consueto gusto del paradosso, tipicamente anglosassone, Alfred North Whitehead, filosofo e matematico, affermava che “la caratteristica più certa della tradizione filosofica europea è che essa consiste in una serie di postille a Platone”: bene, oggi quella tradizione filosofica è messa in discussione – sin dalle fondamenta – dall’irrompere di un paradigma nuovo: l’intelligenza artificiale, appunto. Umani non umani. Macchine non
macchine. Contraddizione irrisolta.
Ragionare intorno a un essere non umano dotato di intelligenza (ancorché “artificiale”) obbliga a mettere da parte ogni forma di pigrizia intellettuale, relegare nella cantina della mente
quelle che sino ad oggi confidavamo essere certezze inoppugnabili. Obbliga persino a ripensare le stesse domande di natura etica che hanno accompagnato la storia intellettuale, non solo europea, di due millenni.
Il libro che avete tra le mani indaga questo fenomeno completamente nuovo con lo spirito giusto: mettendo, cioè, da parte ogni vecchia certezza tolemaica e affrontando senza rete – come in una svolta copernicana contemporanea – una materia così inedita e complessa, per molti aspetti letteralmente sconvolgente. È un libro che studia questi fenomeni in modo coraggioso (vorrei dire: perfino intrepido) ed altruista. Impiego senza remore quest’ultimo termine: altruista.
Giancarlo Elia Valori offre, cioè, al lettore, un quadro dei problemi a 360 gradi, consentendo a quanti – come me – sono digiuni del tema, innanzi tutto una miniera straordinaria di
informazioni. Un libro, verrebbe da dire, dal quale innanzi tutto
si impara un’infinità di cose.

Ma poi, l’autore – che non cessa di stupirmi e stupirci per l’impressionante profondità e varietà di interessi e di conoscenze – ci prende per mano e ci guida per terre incognite, offrendo continui stimoli intellettuali. Ogni pagina si presta a letture e riletture, perché ognuna di esse suggerisce uno spunto, una riflessione, un approfondimento, una curiosità.
Valori parte dalla storia del fenomeno, da quel genio assoluto di Alan Turing, che ne è stato il pioniere indiscusso, e giunge sino a delineare il futuro.
L’intelligenza artificiale, infatti, pur già dirompente, è ancora agli albori delle sue potenzialità e i problemi che suscita sono ben lontani dal trovare soluzioni.
Un esempio, molto prossimo alla realtà.
Stiamo per viaggiare su automobili (o altri vettori) privi di conducente. È chiaro che queste vetture necessitino di una programmazione da parte dei costruttori (umani) non solo per
il caso della guida – diciamo così – normale, ma anche per gli eventuali inconvenienti. Ora, ci si chiede quale programmazione debba essere immaginata nella seguente situazione: due ciclisti
attraversano la strada mentre arriva l’auto senza pilota, uno con il casco, l’altro senza. La vettura può evitarne uno, investendo però inesorabilmente l’altro. Quale dei due ciclisti salvare (è il programmatore umano che deve preventivamente istruire la macchina, quindi si tratta di una scelta squisitamente umana)? Moralmente, nonché astrattamente, si scontrano due diverse ipotesi: la vettura senza conducente deve evitare (e dunque salvare) quello con il casco perché egli sta seguendo le regole del codice della strada; oppure si preferisce non investire quello senza casco poiché l’altro (meglio protetto, avendo appunto il casco) ha maggiori probabilità di salvarsi nel sinistro? Difficilissimo scegliere, evidentemente.
Domanda aggiuntiva. Se si sceglie di programmare la macchina per salvare il ciclista senza casco e si investe, dunque, quello di esso munito, la conseguenza sarà che i ciclisti saranno
indotti a non utilizzare il casco, rendendo così, nel lungo periodo, meno sicura la circolazione stradale. Senza parlare di tutte le implicazioni assicurative connesse al tema.

Sono dilemmi (su cui da ultimo ha riflettuto molto acutamente Guglielmo Tamburrini, L’etica delle macchine, 2020) che mai sono stati neppure immaginati nella riflessione intellettuale e morale del genere umano, appunto perché si tratta di problemi non umani.
Valori ci guida in questo percorso intellettuale con perizia e conoscenze profonde: proprio in relazione, ad esempio, all’automobile senza conducente, della quale ho appena parlato.
Tutto il mondo del diritto viene investito dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite. Pensiamo alla macchina intelligente quale possibile strumento decisionale nei processi in tribunale e nelle ADR (alternative dispute resolution): è ragionevole affidare il giudizio su umani ad un essere non umano privo di sentimenti, per avere un giudizio meccanico, certamente oggettivo, anche imparziale, ma del tutto impersonale?
Ancora, sempre in tema di diritto, pensiamo al problema della responsabilità (penale e civile) per i comportamenti delle macchine: è sempre da attribuire al programmatore? Ancora una volta, le risposte iniziano ad affastellarsi negli studi giuridici dedicati a questo tema, ma siamo ben lungi dall’approssimarci ad una soluzione accettabile.
Valori, poi, che vanta una competenza praticamente unica nel capo della geopolitica globale (molti suoi straordinari libri sono ad essa dedicati), offre al lettore una visione strategica del problema. Putin poteva affermare (lo ho appreso leggendo questo volume) nel 2017 che “chi diventerà leader nel capo dell’intelligenza artificiale dominerà il mondo”. Così, si spiegano anche le pagine splendide di Valori dedicate alla Cina (e all’uso dell’intelligenza artificiale contro il terrorismo), all’intelligence in rapporto con le nuove tecnologie (tanto più durante la pandemia), all’uso militare, larghissimo, di questi nuovi mezzi.
Non mancano particolari gustosi, come la sconfitta del campione mondiale di scacchi, Gerry Kasparov, battuto dal computer Deep Blue dell’Ibm, nel lontano 1997: la macchina sicuramente non ha capito il gioco degli scacchi, non ne era assolutamente consapevole, ma era stata programmata con un numero di mosse e di varianti in memoria, infinitamente maggiore di quanto la mente umana (ancorché eccezionale come quella di Kasparov) possa immagazzinare.
L’intelligenza artificiale può anche indurre a immaginare profezie distopiche, catastrofiste: la macchina può infatti rappresentare un potenziale drastico attacco ai livelli occupazionali degli umani (con relativi rigurgiti neoluddisti). La macchina intelligente si sostituisce agli esseri umani, li supera, li annienta, li rende ininfluenti, obsoleti. Si potrebbe continuare all’infinito.
È tempo di concludere. Ho iniziato queste mie brevi note riferendomi alla letteratura. Non riesco tuttavia a non ripensare – come magnificamente propone anche Valori – ad un
capolavoro cinematografico e visionario come 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968).
La macchina pensante, Hal 9000, che governa tutta l’astronave, “impazzisce” e decide di eliminare i membri dell’equipaggio.
È il tema – già accennato – dei (possibili) sentimenti (odio/amore) dell’intelligenza artificiale, della sua eventuale “malvagità”, del suo rivoltarsi contro gli umani.
L’astronauta sopravvissuto disinnesca Hal, la macchina intelligente. Ed essa – in una scena da antologia del cinema, da brivido, tra le tante del capolavoro di Kubrick – regredisce all’infanzia, tanto da canticchiare, sino a spegnersi, una canzone di bambini.
Metafora struggente, immagini indimenticabili, temi filosofici profondi ed irrisolti.
La lettura del libro di Giancarlo Elia Valori è come un caleidoscopio: un avvicendamento continuo e fantasmagorico di suggestioni, informazioni, immagini, ipotesi sul futuro.
Vertiginoso gioco intellettuale.
Ho già ricordato, in un precedente mio intervento, la celebre e fascinosa chiusa della Vita di Galileo di Bertolt Brecht: “Ne sappiamo troppo poco, Giuseppe, troppo poco. Davvero,
siamo appena al principio”. Sono parole che Valori sposa e che dunque riporto.
“Sappiamo, ma sappiamo ancora troppo poco”.

Certo, ha ragione l’autore, sappiamo ancora poco: ma dopo aver letto questo prezioso volume, sicuramente ne sappiamo molto più di prima.
Buona lettura.

Oliviero Diliberto


Prefazione del Professor Sergio Della Pergola

Nel leggere queste terse e stimolanti, ma anche istruttive e inquietanti pagine di Giancarlo Elia Valori, mi veniva in mente con una certa nostalgia il mio primo “computer” personale, acquistato verso la metà degli anni ’80 del 20° secolo.
Appartengo cronologicamente a quella generazione che è cresciuta sui grandi ordinatori e che ha vissuto l’esperienza agghiacciante di inciampare con in mano una grande scatola di schede perforate IBM, e di vedere il proprio lavoro pazientemente costruito cadere e disperdersi in disordine sul pavimento del laboratorio.
Il mio primo personale era un Olivetti M24 che agli inizi funzionava alimentato da uno o due dischi da 360 prodigiosi kilobytes. I dischetti flessibili e fruscianti da cinque pollici e un quarto erano un po’ più piccoli dei 45 giri di bachelite con cui allora amavamo ascoltare i single sul vecchio grammofono. Poi venne aggiunto un disco fisso da 20 Mega (oggi siamo sui 1000
Tera). Indubbiamente all’epoca il più o meno cubico Olivetti da tavolo, a 8 megahertz, era considerato all’avanguardia dell’industria cibernetica mondiale.
Con il piccolo computer personale pensavamo di essere fortunati perché ci rendevamo conto di essere testimoni di una importante svolta tecnologica. Noi che lavoriamo di testa, di penna, e di relazioni con gli altri avevamo ora uno strumento nuovo, parsimonioso e soprattutto intelligente di integrazione fra lo scrivere, il calcolare, il trasmettere. E questo passo in avanti ci permetteva di produrre di più e meglio.
Inoltre, a prima vista, il nuovo aggeggio implicava la prospettiva di una minore necessità di carta stampata – quindi meno spreco di legno forestale e soprattutto meno disordine sul tavolo. Questa ben presto si sarebbe rivelata una pia illusione: la maggiore produttività resa possibile dalla nuova macchina intelligente avrebbe creato una crescita esponenziale nel prodotto stampato da verificare, trasmettere e far circolare, e poi finalmente catalogare e conservare. O magari da tenere ammonticchiato in mezzo a una confusione enormemente peggiorata sul proprio tavolo da lavoro, e in tutti gli angoli possibili dell’ufficio e poi della casa. E cosí un’altra importante innovazione tecnologica era divenuta la macchina stampatrice che con i suoi dentini e il suo faticoso e asimmetrico respirare percorreva la carta riga dopo riga, producendo lentamente l’atteso rapporto o tabulato.
Sono passati gli anni e si sono evolute le tecnologie. Gli strumenti sono divenuti sempre più intelligenti. Fra le innovazioni più utili, l’enorme incremento del volume della memoria e della velocità di esecuzione, oltre alla miniaturizzazione degli apparati. Oggi un buon orologio elettronico contiene più memoria del grande macchinario mainframe che un tempo occupava un’intera aula ed era sottoposto a rigorosi termini di temperatura e di umidità dell’aria. I tecnici in camice bianco che governavano assolutamente e senza appello le ingombranti macchine nelle migliori università e nelle industrie più avanzate non ci sono più, sostituiti da molti miliardi di users di tutte le età e in tutti i continenti. L’intelligenza artificiale si è espansa, e in un certo senso è divenuta più accessibile e più democratica.
Ma restano tanti dubbi sui limiti possibili dell’intelligenza artificiale. Pensiamo in particolare a due concetti, quello di confine e quello di purezza. Il primo è tanto sfuggente e problematico da definire, e tuttavia tanto cruciale in tutta la storia geopolitica dell’umanità. Il secondo è tutto simbolico e assolutamente essenziale nella storia delle religioni. Non vi è storia del genere umano senza geopolitica e senza religioni, e senza i perenni e drammatici conflitti connessi a queste due articolazioni del sentire individuale e del vivere associativo. L’intelligenza artificiale potrà certamente aiutarci a meglio definire analiticamente i termini delle questioni. Ma potrà mai risolverle?
Riferiamoci, poi, per un momento a un concetto elementare di intelligenza, o di percezione, che – semplificando le dieci intelligenze di Gardner – tipicamente si articola nei tre domini dell’intelligenza conoscitiva, affettiva, e esperienziale (o anche strumentale). Un modello, un algoritmo, è generalmente fondato sulla sequenzialità logica che appartiene fondamentalmente al dominio dell’intelligenza conoscitiva. Un modello o algoritmo può anche essere capace di accumulare e incorporare l’esperienza precedente che appartiene al dominio dell’intelligenza strumentale. La carenza più evidente del modello o dell’algoritmo consiste (almeno per ora) nella sua mancanza di ricettività o di capacità di accumulo nel dominio dell’intelligenza affettiva.
Può dunque il più perfetto degli algoritmi entrare nei complicati meandri della natura istintiva e della psiche umana? Può gioire la macchina quando l’ultimo e decisivo dei cinque rigori finali entra in porta e sanziona la vittoria della squadra del proprio costruttore o programmatore? Forse la macchina sarà più rapida nel percepire l’attimo esatto in cui la palla supera completamente la linea di porta, ma l’urlo di emozione? Se una batteria di supercomputers ne sfida un’altra in uno scontro di intelligenza artificiale, dopo aver dimostrato la propria superiorità, può esprimere un gesto di trionfo spontaneo e imprevisto? Ma poi riflettendo in uno spirito più serio e intimista, potrà mai la macchina capire la solitudine avvilente e la lacerante tristezza dell’ineludibile Alan Turing, l’uomo che sta all’origine dell’intuizione che ne rende possibile il funzionamento?
Certo, non è impensabile che un giorno possano essere sviluppate soluzioni ibride che innestino sistemi di neuroni prodotti industrialmente a quelli dotati di vita biologica. La sistematicità meccanica dei primi potrà allora usufruire dell’aleatorietà ma anche dell’infinitamente maggiore originalità e capacità creativa dei secondi.
Questo tuttavia non protegge e non garantisce il genere umano dal raggiungere una condizione di caos che renda il mondo ingovernabile e insostenibile. Quando si parla della preoccupazione crescente per la sostenibilità demografica e economica, un giorno un modello potrà forse annunciare: da oggi non si muore più perché sono state trovate tutte le soluzioni possibili a tutte le condizioni che possono generare morbilità e mortalità.

Più difficile pensare a un modello che possa annunciare: da oggi non si nasce più perché è stato raggiunto il punto di massima capienza della popolazione sul pianeta Terra.
Dopo aver preso atto del fatto che il futuro può avanzare più rapidamente, ma anche più lentamente, di quanto la mente umana non sia in grado di concepire e prevedere, non è facile o non è possibile liberarsi completamente dal pensiero che è la Macchina a servire l’ Uomo e la Donna, e non il contrario. Il futuro dell’umanità dipenderà pur sempre dalle persone reali, e non dalla macchina autonomamente intelligente costruita dall’intelligenza umana. Esiste anzi il rischio che il dominio dell’algoritmo possa diventare una facile scappatoia di fronte all’imperativo da parte di ogni uomo e di ogni donna di assumere la piena responsabilità delle proprie azioni.
E questa, in definitiva, è anche la conclusione cui arriva l’autore, Giancarlo Elia Valori, al termine del suo ampio e originale excursus: un drone potrà bene uccidere un uomo, ma è difficile pensare che possa provare rimorso. Caino, il primo assassino nella storia del genere umano, ha tentato prima di nascondersi, poi di mentire, e infine di fuggire – portandosi dietro per sempre il rimorso ma anche l’esecrazione per l’uccisione del fratello. In realtà il principio di causalità è stato introdotto per la prima volta nel Libro della Genesi proprio quando Dio a colloquio con Caino propone: Se tu agirai bene, allora sarai persona grata. Ma in questo caso il (perverso) libero arbitrio prevale, e le conseguenze per l’individuo e per il genere umano sono note.
Al momento attuale pensiamo che queste riflessioni e queste scelte, queste situazioni e sensazioni siano improbabili per l’algoritmo, non importa quanto incredibilmente intelligente. E pensiamo che sarà cosí anche in futuro. Se però ci saremo sbagliati, al momento di fare l’autocritica, purtroppo, non saremo più tra i presenti.

Sergio Della Pergola Professore Emerito di studi sulla popolazione, Università Ebraica di Gerusalemme


Introduzione dell’ Ingegner Pasquale Forte

Il futuro che vedo prendere forma nella mia mente è abitato da quelle tecnologie che già oggi hanno visto le loro prime applicazioni, e che domani caratterizzeranno la nostra quotidianità. Vivremo in città intelligenti dove tutto sarà interconnesso grazie all’ Internet delle cose, estrarremo energia da fonti rinnovabili, ci sposteremo con auto a guida autonoma e con macchine volanti… e alla base di tutto ci sarà l’ Intelligenza Artificiale.
Sarà un mondo migliore? Questo dipenderà da noi e dal modo in cui sapremo gestire il cambiamento che ci attende, ma sono convinto di sì.
La Quarta Rivoluzione Industriale è alle porte e dobbiamo dotarci degli strumenti per affrontarla: avverrà a ritmi esponenziali, porterà cambiamenti radicali, coinvolgerà ogni ambito e ogni luogo e rivoluzionerà non solo il sistema produttivo, ma anche i sistemi di gestione e governance. Rivoluzionerà le nostre vite più di quanto le altre tre Rivoluzioni Industriali lo abbiano fatto in passato: la macchina a vapore, l’elettricità e i computer.
Sono molti decenni che si parla di Intelligenza Artificiale (e in questo bellissimo libro l’autore ci guida e ci aiuta a ripercorrerne le tappe principali), eppure in realtà abbiamo visto ancora “poco” del potenziale di questa rivoluzione… In realtà, come disse Roy Amara, “Tendiamo a sovrastimare l’impatto di una nuova tecnologia nel breve periodo, ma lo sottovalutiamo nel lungo periodo”: le tecnologie “disruptive” non arrivano subito, ma – quando arrivano – in poco tempo rivoluzionano tutti gli ambiti delle nostre vite.
Ma perché questo cambiamento sta avvenendo proprio ora?

Perché – dopo molti anni – solo oggi stiamo assistendo allo sviluppo e all’emergere di tecnologie convergenti, in grado di abilitare le infinite potenzialità dell’ Intelligenza Artificiale.
Innanzitutto, i big data. Ogni giorno sempre più device si connettono alla rete, generando e scambiando una grande quantità di dati. Questa imponente mole di dati, come viene approfondito nel libro, può essere utilizzata per addestrare gli algoritmi di IA e affinarne sempre di più le capacità di analisi e di sintesi per il machine learning. Poi il cloud, server che consentono di conservare e rendere accessibili questi dati da ogni luogo, attraverso connessioni ultraveloci. Infine, la potenza computazionale (che ci porterà ad arrivare al quantum computing), che sarà in grado di ridurre drasticamente il tempo di calcolo, di aumentare la velocità di training e di risposta degli algoritmi di IA e di superare la cosiddetta Legge di Moore, che regola la già esponenziale crescita della potenza computazionale Dove ci può portare tutto questo? Per dare una risposta occorre fare un passo indietro, guidati dalla narrazione magistrale di questo libro.
Andiamo nel secondo dopoguerra, quando il matematico Alan Turing iniziò a concepire lo sviluppo di un “cervello meccanico” associandolo ai fondamenti del sistema computazionale.
Il suo grande interrogativo, a cui ancor oggi si vuole dare risposta, fu: “le macchine possono pensare?”. Per rispondervi elaborò il noto test dell’ Imitation Game, i cui risultati sono ancora oggi fonte di discussione, ma che fu la scintilla che pose la questione sulla possibilità di considerare una macchina intelligente quanto un uomo. Dopo Turing, la ricerca ha fatto passi da gigante, fino ad arrivare al machine learning, alle reti neurali e agli intelletti sintetici.
Già nel 1997 il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov subì una storica sconfitta contro il computer Deep Blue, una macchina che era stata programmata per diventare sempre più brava man mano che si allenava a giocare, proprio come fa l’uomo.
Siamo ancora agli albori delle potenzialità dell’intelligenza
artificiale, ma una cosa è certa: considerandone la pervasività e le potenzialità, possiamo sicuramente affermare che essa sarà la tecnologia disruptive per eccellenza alla base della Quarta Rivoluzione Industriale, Rivoluzione di Tecnica e Pensiero.
Rivoluzione di Tecnica per l’emergere di tecnologie innovative, quali la robotica, l’ IoT, i veicoli a guida autonoma, la stampa in 3D, la nanotecnologia, la biotecnologia, la humanbrain interface, la scienza dei materiali, i nuovi sistemi per lo stoccaggio di energia, i computer quantistici. E su tutto, l’affermarsi dell’ Intelligenza Artificiale, che – come Edison disse riguardo all’elettricità – sarà “il campo dei campi che detiene i segreti che riorganizzeranno la vita del mondo”.
Sarà infatti il motore che rivoluzionerà moltissimi ambiti dell’esistenza umana: industria, mobilità, medicina, marketing, giurisprudenza, finanza… l’ IA sarà onnipresente fino a poter perfino diventare simbiotica con il mondo biologico. Si parla già ora di human enhancement: la possibilità di integrare le potenzialità umane con le potenzialità offerte dall’artificial intelligence.
E questo ci offrirà grandi opportunità, ma insieme anche grandi rischi.
Basti pensare al fatto che l’ IA è programmata dall’uomo, che, in quanto tale, non è privo di bias e pregiudizi: ciò potrebbe finire per privilegiare alcune persone a discapito di altre sulla base di censo, genere o razza.
E che dire riguardo alla grande quantità di dati estratti dall’uso dei social media o dal riconoscimento vocale o facciale? Ecco che si pongono seri interrogativi sulla privacy e sui diritti dei dati, un tema che si lega anche alla concentrazione di informazioni, e quindi di potere, nelle mani di pochi.
L’applicazione dell’ Intelligenza Artificiale porta poi a riflettere su tutti quei posti di lavoro oggi ricoperti dall’uomo, e che domani verranno con molta probabilità occupati dalle macchine, capaci di lavorare e “pensare” più velocemente. Come ampiamente argomentato nel libro, si stima che nel 2055 la metà delle funzioni che l’uomo oggi svolge e per cui è pagato verranno automatizzate. È logico pensare che dovremo in qualche modo reinventarci.

Ma l’interrogativo forse più importante è: se avvenisse il paventato passaggio dall’intelligenza artificiale “debole” tipica dell’imitation game, all’intelligenza artificiale “forte”, in cui la macchina è in grado di apprendere autonomamente, agire spontaneamente, insegnare ad altri sistemi di IA, diventando sempre più simile all’essere umano fino a superarne le capacità, quali saranno le conseguenze?
Riprendendo le parole di Pedro Domingos presenti in queste pagine, “l’Algoritmo definitivo sarà l’ultima cosa che dovremo inventare, perché una volta entrato in azione sarà lui a inventare tutto quello che ancora deve essere inventato. Non dobbiamo far altro che dargli una quantità sufficiente di dati del tipo giusto e l’Algoritmo definitivo scoprirà la conoscenza che vi è racchiusa. Dategli un video e imparerà a vedere. Dategli una biblioteca e imparerà a leggere. Dategli i risultati di esperimenti fisici e lui scoprirà le leggi della fisica…”.
Al momento la scoperta del cosiddetto “Algoritmo di Dio” non sembra realistica, soprattutto perché il cervello umano è ancora una macchina per noi insondabile e in gran parte ignota. “Se non sappiamo e non capiamo ancora a fondo come funziona l’intelligenza umana, come facciamo infatti a trasferirla alle macchine?”, ci ricorda lo scienziato e imprenditore Jerry Kaplan. Le macchine sono incredibilmente più veloci dell’uomo in compiti specifici, ma per giungere all’ Intelligenza Artificiale “forte” dovremo aspettare l’emergere di una coscienza artificiale, “capace – come affermato da Laurent Alexandre – di provare una reale coscienza di sé, dei sentimenti e una comprensione dei propri ragionamenti”.
Sebbene nell’opinione dei più la ricerca sembra essere ancora lontana dallo sviluppo dell’ IA “forte”, è bene non sottovalutare ma – anzi – tenere sempre presente questa eventualità.
Ecco allora perché la Rivoluzione di Tecnica deve essere affiancata da una Rivoluzione di Pensiero, un pensiero che si evolva di pari passo con la tecnologia. Occorrono ordine, leggi e azioni politiche mirate. Occorre dare risposte a dilemmi filosofici ed etici. Occorre farlo velocemente: non possiamo perdere tempo. Testi come questo sono importanti per lo sviluppo di questo pensiero, perché ci aiutano a conoscere meglio le fondamenta dell’intelligenza artificiale, ci danno i primi strumenti per farcela conoscere sia nelle opportunità che nei rischi: come facciamo a governare qualcosa, se non la conosciamo?
I capolavori cinematografici richiamati in questo libro, come Odissea nello Spazio 2001, sono accomunati dal fatto che quando la macchina eguaglia o vince le capacità dell’uomo, tende a eliminarlo. Se è pur vero che si tratta di film, quante volte la fantascienza, anche a distanza di anni, ha anticipato la realtà?
Stephen Hawking, Elon Musk e Stuart Russell hanno ispirato e firmato nel 2014 la lettera “Priorità nella ricerca per un’ Intelligenza Artificiale che sia forte e benefica”, un documento che mette in luce i benefici dell’utilizzo dell’ IA, ma sottolinea anche l’importanza di evitarne possibili ricadute negative. La macchina deve fare quello che noi vogliamo che faccia: non può essere lasciata solo nelle mani degli informatici, ma necessita di un controllo interdisciplinare da parte di scienze computazionali, economia, giurisprudenza e filosofia.
L’uomo deve mantenere le redini della tecnologia e far sì che questa obbedisca ai princìpi di un Buon Governo in cui i valori e la giustizia prevalgano. Lo sviluppo di tecnologie disruptive deve mantenersi aderente a una Scuola di Pensiero che ponga al centro l’uomo e la sua dignità, ristabilendo un Nuovo Umanesimo. Ne va del nostro Futuro, che potrà essere Buono o Cattivo a seconda delle scelte compiute a livello di Pensiero.
La Rivoluzione avverrà, e non dobbiamo temere questo cambiamento. Certamente può “mettere in crisi” l’orizzonte in cui oggi siamo abituati a muoverci. Ma dalle crisi nascono le grandi opportunità di scelta. Cosa vogliamo diventare? Abbiamo l’occasione di cambiare e di compiere scelte importanti, che non possiamo lasciare alle macchine.
L’innovazione e il progresso tecnologico non si arresteranno ma, con la guida della filosofia, dell’etica, della politica e delle leggi, dovranno essere orientati. Dove? Verso l’ Uomo. Come dei nuovi Diogene dovremo saper tenere sempre acceso un lumicino, per saper riconoscere e distinguere ciò che rende l’uomo autentico.

Ricordo quando molti anni fa decisi di automatizzare interamente le linee produttive della mia azienda, attraverso la robotica. Le potenzialità che ne scaturirono furono enormi. E nessuno perse il lavoro a causa di questa “rivoluzione”, perché i miei collaboratori furono riqualificati e cambiarono mansione: divenne anzi un’opportunità eccezionale per la crescita delle persone e dell’azienda, per una produzione senza difetti, lasciando alle macchine i lavori più ripetitivi e alienanti. Ecco, nel piccolo di questa esperienza vedo le potenzialità di quello che ci può aspettare.
Oggi le potenzialità dell’intelligenza artificiale mi portano così lontano da farmi immaginare che l’uomo – un giorno – non dovrà nemmeno più lavorare. Come ripreso anche da questo libro, “L’ Intelligenza Artificiale rimpiazzerà le funzioni ripetitive consentendo agli esseri umani di dedicarsi esclusivamente al pensiero di alto livello”.
Mi piace infatti credere che un giorno i robot e l’intelligenza artificiale sostituiranno l’uomo nelle fatiche quotidiane. Lo sostituiranno nelle attività più alienanti, quelle che non portano alla gratificazione, che non stimolano la creatività.
L’uomo potrà così tornare a dedicarsi alla Bellezza. Coltivando orti e giardini, dedicandosi agli studi, alle arti, alla filosofia, alla lettura… riscoprendo le delizie dell’antico “otium”. Ritorneranno così a fiorire i Sognatori, i filosofi, gli umanisti di un tempo, come in una moderna “Scuola di Atene”, per ridare la Luce a un’umanità libera dalla paura, dal dolore, dalle tenebre. La Natura ci sarà amica e l’Altro diventerà fratello: vivremo in pace e armonia e l’unico sentimento che riempirà ininterrottamente i nostri cuori sarà l’Amore.
Se lo vorremo, saremo finalmente vicini all’espiazione del peccato originale e ritroveremo il Paradiso Perduto.
Buona lettura!

Pasquale Forte